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“ECCO COSA HO DOVUTO FARE PER PASSARE IL PROVINO”: RICORDATE LA SIGNORINA SILVANI?

Claudia Casiraghi per ”Libero Quotidiano

«Noi attori siamo così, sa. Ci crediamo più bravi di quello che siamo. E io lo sono, non mi fraintenda: sono brava, sono tutto quello che credo di essere». Di Anna Mazzamauro, dall’altro capo del telefono, arriva la risata, forte e sonora. «Metta le virgolette, mi raccomando. Vanno tanto di moda», ride colei che, per «deformità mentale», si definisce attrice. «Sono nata per recitare. E questo solo so fare. Sugli altri versanti, sono una donna inutile». Ed atipica, perché «brutto è quel che è sporco e volgare, e io non sono né l’una né l’altra cosa».

 

 

 

 

Nel 1975, con il primo Fantozzi, la sua atipicità l’ha portata al successo. Eppure con la Silvani ha un rapporto complicato. 

«Sono riconoscente ai vari stadi della mia carriera, ma la signorina Silvani mi ha imprigionata. Qualcuno, ancora, mi ferma per strada: e fammi la boccuccia, mi chiede, dimmi merdaccia schifosa».

Perché crede si sia trasformata in una maschera immortale, di cui su Tv8 racconterà in “Vite da Copertina Che fine hanno fatto”? 

«Per via della sua natura smaccatamente scenica, la stessa che a teatro uso per farmi sentire fino all’ultima poltrona. Niente è lasciato al caso».

Come arrivò ad aggiudicarsi la parte? 

«C’era, quell’anno, da radunare tutti i cessi possibili per fare Fantozzi. All’epoca, io di cose a teatro ne avevo fatte. Così, mi chiamarono. Quando mi presentai al provino, il regista mi disse: “Ma dai, ti ricordavo più brutta. Tanto che ti avevo chiamata per fare la moglie di Fantozzi”.

Il ruolo, però, andò a Liu Bosisio. 

«Sì. Tanto strepitai e tanto supplicai che decisero di farmi fare la Silvani. Entrai nel cinema con i tacchi».

E non ci rimase granché… 

«Del cinema, detesto il carattere all’italiana. Se non sei coscia lunga, gambe attaccate all’orecchio, tette e culo sodi non puoi recitare. Io sono stata la Silvani e quello avrei dovuto continuare a fare, la racchia».

A breve, però, comincerà le riprese di Poveri ma ricchi 2. 

«Sì. È stato un film carino, quello. Mi ha consentito, tra una parolaccia e l’altra, di raccontare una signora che forse tale non era. Ma, rispetto al teatro, è mancato di profondità».

In che senso? 

«Facendo Nicoletta non ho potuto raccontare il rapporto con i figli, il disagio di non essere più giovane o che. Ho avuto i soldi. E non facciamo tante storie. Bisogna guadagnare per poter fare serenamente il teatro».

A teatro, è in scena con “Divina”. 

«È la storia di una grande e potente signora della televisione. Una creatura intelligente e affascinante che, pur d’improvviso, dopo trent’anni di lavoro, viene licenziata. Si tratta di uno spettacolo particolare, in cui racconto sfaccettature molteplici del personaggio, dandogli una profondità che è ora comica, ora tragica».

Ha guardato al mondo attuale per scrivere l’adattamento di “Divina”? 

«Mah, ho guardato forse a me stessa. Ad una donna che vuole tenersi stretta la propria divinità senza però farsi plastiche facciali».

Che rapporto ha con il tempo che passa? 

«Non voglio farmi rincorrere dagli anni, ma seguirne flusso. So bene che sarebbe meglio appannare gli specchi: vedersi invecchiare non apporta felicità. Si soffre. Ma se, parallelamente alla sofferenza, si ha passione, le rughe si distendono».

“Divina”, per la sua passione, la tv, rinuncia all’amore. Successo e relazioni sono davvero incompatibili? 

«Sì. Alla libertà che questo lavoro richiede potrei rinunciare solo per mia figlia. Io, però, sono sempre stata fortunata. Ho trovato persone che mi hanno amata tantissimo».

Perché non ha mai puntato sulla tv? 

«Le rare volte in cui ho tentato un approccio, ho ricevuto in cambio testi del cavolo, che mi sarei vergognata a recitare. Posso dirle come funziona?».

Prego. 

«In tv vige questa telefonata: “Pronto, ciao caro come stai?” è il politico che chiama il capostruttura “Vorrei segnalarti un mio giovane amico”. “Ma sì, dimmi, che cosa sa fare?” “Niente”. “Bene, allora lo mettiamo a fare l’autore”.

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